News Security La fabbrica degli spyware ha un finanziatore segreto: l'Unione Europea

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Immagina che le tue tasse, i fondi che dovrebbero costruire un'Europa più sicura e democratica, stiano in realtà alimentando un'industria opaca che mina proprio quei valori. Non è la trama di un thriller, ma la realtà che sta emergendo da Bruxelles. Basandoci sulle recenti inchieste di testate come Follow The Money e The Register e analizzando i dati del Parlamento Europeo, emerge un quadro a dir poco preoccupante: i fondi dell'Unione Europea stanno finendo nelle casse di aziende che producono spyware, gli stessi strumenti di sorveglianza digitale usati per spiare giornalisti, attivisti e oppositori politici.

La miccia è stata accesa da un gruppo di 39 eurodeputati che hanno sbattuto i pugni sul tavolo, chiedendo spiegazioni ai vertici della Commissione Europea. In una lettera infuocata, hanno denunciato come milioni di euro di sussidi pubblici, inclusi fondi UE, siano stati incanalati verso società come Intellexa, Cy4Gate, Verint e Cognyte. Nomi forse sconosciuti ai più, ma noti nelle cronache per aver sviluppato tecnologie di spionaggio collegate a violazioni dei diritti umani sia in Europa che in regimi autoritari.

Il paradosso è evidente: mentre l'UE si professa baluardo della privacy e della democrazia, sembra finanziare, direttamente o indirettamente, gli strumenti che le erodono.

Un fiume di denaro pubblico verso l'industria dello spionaggio​

Le prove sono concrete e tracciabili. L'inchiesta di Follow The Money ha rivelato che il Centre for the Development Of Industrial Technology (CDTI), un ente pubblico spagnolo, ha concesso 1,3 milioni di euro a Mollitiam Industries, un'azienda produttrice di spyware oggi chiusa. In Italia, la banca statale Mediocredito Centrale ha fatto da garante per un prestito da 2,5 milioni di euro a Dataflow Security, un altro sviluppatore di software per la sorveglianza commerciale.

Ma il flusso di denaro non si ferma ai confini nazionali. Il programma di ricerca scientifica dell'UE, Horizon 2020, ha assegnato ben 1,74 milioni di euro a progetti che coinvolgevano Innova, un fornitore di strumenti di sorveglianza per le procure italiane. Anche il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo hanno contribuito, finanziando Innova per circa 41.350 euro. Persino la stessa Commissione Europea, nel 2015, ha firmato un contratto da 60.000 euro con la francese Nexa Technologies, all'epoca parte della galassia Intellexa, legata al famigerato spyware Predator. Altre aziende del settore citate come beneficiarie di fondi UE includono Area, Memento Labs (la ex Hacking Team) e Negg Group.

Il "Watergate d'Europa" e le promesse di trasparenza mancate​

Questa situazione non nasce dal nulla. È il sequel di uno scandalo che ha già scosso il continente. Nel 2022, la commissione d'inchiesta PEGA del Parlamento Europeo ha definito l'uso pervasivo di spyware come Pegasus un vero e proprio "Watergate d'Europa", una "grave violazione di tutti i valori dell'Unione Europea".

L'Europa aveva promesso un'operazione trasparenza, ma il risultato è stato un buco nell'acqua. Un report sull'export di spyware, arrivato a fine gennaio 2025 con dati vecchi del 2022, offre un quadro allarmante nella sua opacità. I numeri dicono che sono stati venduti 288 software di sorveglianza fuori dai confini UE. Di questi, per 224 (il 77,7%) gli esportatori hanno dovuto chiedere un'autorizzazione nazionale per il rischio di violazione dei diritti umani. Il via libera è stato negato solo 37 volte. L'Europa, però, non dice la cosa più importante: chi ha venduto cosa, a chi e per quanto.

L'Italia, hub dello spyware e teatro di nuovi scandali​

L'Italia non è una spettatrice passiva. Secondo una ricerca dell'Atlantic Council, che ha censito 435 aziende di spyware a livello globale, il nostro Paese è considerato uno dei tre hub mondiali del settore, insieme a Israele e India. Recentemente, le cronache italiane sono state agitate dal caso Graphite, uno spyware dell'israeliana Paragon usato per spiare giornalisti come il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e attivisti come Luca Casarini di Mediterranea. Le vittime sono state avvertite non dalle autorità, ma da Meta. Di fronte a tutto questo, il governo si è trincerato dietro il segreto di Stato.

Questo rende ancora più grave il fatto che aziende italiane del settore, come Cy4Gate, Negg Group e Ips Intelligence, siano state nominate in report internazionali (incluso uno della stessa Meta) come attori di un'industria problematica, e che alcune di queste risultino tra i beneficiari, diretti o indiretti, di fondi pubblici.

Un mercato in piena espansione, un continente sotto attacco​

Mentre i politici dibattono, il mercato prospera. Secondo Business Research Insights, il solo settore delle difese anti-spyware passerà da un giro d'affari globale di 2,9 miliardi di dollari nel 2023 a 7 miliardi nel 2032. Il mercato complessivo delle tecnologie di sorveglianza è ancora più vasto: si stima che crescerà da 165,4 miliardi di dollari nel 2024 a 315,4 miliardi nel 2029.

Il quadro diventa surreale se si considera il contesto geopolitico. L'ENISA, l'agenzia UE per la cybersicurezza, ha lanciato l'allarme: le istituzioni pubbliche europee sono il bersaglio preferito (38% degli incidenti analizzati) di campagne di spionaggio informatico. Siamo costantemente sotto attacco, eppure sembra che non riusciamo a smettere di alimentare un'industria i cui prodotti possono essere facilmente usati contro di noi.

Le voci critiche, da Amnesty International a European Digital Rights, sono unanimi: questa ipocrisia deve finire. Chiedono una revisione immediata di tutti i sussidi e un divieto totale degli spyware commerciali nell'UE. "Non solo l'UE non riesce a spegnere l'incendio, ma sta soffiando sulle fiamme", ha dichiarato Rebecca White di Amnesty Tech. La richiesta dei 39 parlamentari è un primo passo per squarciare il velo.
 
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