Basta con The Witcher 3, è ora di guardare avanti!
Può capitare che la nostalgia smetta di essere un omaggio e diventi una scusa. CD Projekt Red si è invischiata in una situazione del genere il 27 maggio scorso, quando ha annunciato Songs of the Past, terza espansione di The Witcher 3: Wild Hunt.
Un gioco del 2015. Fra undici anni dall'uscita originale, dodici al momento della pubblicazione prevista nel 2027, lo studio polacco ha deciso che il modo migliore per dimostrare di essere ancora rilevante fosse tornare da Geralt un'altra volta. Come se andare avanti fosse troppo complicato.
Sia chiaro: non è una questione di qualità. The Witcher 3 è uno dei giochi più importanti della storia recente del medium, con oltre sessanta milioni di copie vendute e più di duecentocinquanta premi come miglior gioco dell'anno. Il problema non è il gioco, il problema è di fatto la dipendenza verso lo stesso. CD Projekt Red si è innamorata della propria opera più famosa al punto da non riuscire a staccarsi, e ogni volta che torna a bussare a quella porta trasmette un segnale preciso al mercato: non si fida del futuro.
Vale la pena ricordare come è andata. L'annuncio di Songs of the Past non era nemmeno pianificato per quel giorno. Un leak dal Red Launcher ha costretto CD Projekt Red ad anticipare la rivelazione, che era originariamente programmata per un REDstream del giorno successivo. Lo studio ha cercato di trasformarlo in un momento simpatico, con il solito tono entusiasta sui social, ma la sostanza rimane: il pubblico ha scoperto l'espansione da uno screenshot trapelato, non da una presentazione curata. Un esordio che racconta qualcosa.
Lo sviluppo è affidato a Fool's Theory, team noto per The Thaumaturge e già coinvolto come supporto durante la produzione del gioco base. Una scelta che ha una logica industriale evidente: Fool's Theory conosce l'universo Witcher, ha esperienza con il materiale, e in teoria è la scelta giusta per un contenuto di questo tipo. Sulla carta funziona. Nella pratica, però, emerge un problema strutturale che nessun comunicato stampa riesce a nascondere.
Secondo un recente report di Noble Securities, gran parte del team di sviluppo dei
Fool's Theory inizialmente assegnato al remake del primo The Witcher sarebbe stata spostata per contribuire ai lavori su The Witcher 4. Di conseguenza, l'uscita del remake è ora prevista per il 2028.
E adesso lo stesso studio deve anche occuparsi di Songs of the Past. Un team che lavora su tre progetti legati alla stessa franchise, con risorse che evidentemente vengono spostate a seconda delle priorità del momento. Non è una gestione solida.
Parliamo del remake del primo The Witcher, perché è da lì che emerge la contraddizione più grande. CD Projekt Red ha annunciato nel 2022 che il primo gioco della serie stava ricevendo una ricostruzione completa in Unreal Engine 5, con Fool's Theory incaricata di guidare il progetto con la supervisione creativa dello studio principale.
Da quel momento silenzio quasi totale. Nessuna immagine concreta, nessun aggiornamento significativo, nessuna finestra di lancio confermata. Il progetto esiste come voce di corridoio, come promessa sospesa.
Questo è un problema serio. Il remake del primo The Witcher non è un prodotto minore: è la fondazione narrativa dell'intera saga, il punto di partenza di Geralt, il titolo che nel 2007 ha stabilito chi fosse CD Projekt Red come studio. Ricostruirlo in Unreal Engine 5 con standard moderni sarebbe un gesto culturalmente significativo, oltre che commercialmente intelligente. Invece giace in attesa, spostato in secondo piano ogni volta che arriva un'altra priorità.
La finestra di lancio del remake è slittata di un anno rispetto alle previsioni precedenti proprio perché Fool's Theory è stata dirottata sui lavori per The Witcher 4. E adesso che lo stesso team viene coinvolto in Songs of the Past, la domanda diventa lecita: quando arriverà quel remake? Tra quanto tempo CD Projekt Red troverà il modo di comunicare un'altra proroga, stavolta con tono più entusiasta e un teaser curato?
C'è poi The Witcher 4, il capitolo principale della nuova trilogia, quello con Ciri come protagonista, quello che dovrebbe segnare la vera svolta generazionale dello studio. Su questo gioco è lecito aspettarsi molto: cambio di protagonista, cambio di tono, cambio di prospettiva narrativa. Una scommessa coraggiosa, almeno sulla carta.
Il punto è che ogni risorsa investita in Songs of the Past è una risorsa non investita in The Witcher 4 o nel remake del primo capitolo. CD Projekt Red non è uno studio con risorse infinite. Dopo le difficoltà note legate al lancio disastroso di Cyberpunk 2077 nel 2020, lo studio ha lavorato anni per ricostruire la propria credibilità. L'ha fatto bene, con Phantom Liberty e con gli aggiornamenti successivi. Ma la lezione dovrebbe essere che concentrarsi su ciò che funziona, spingendolo verso il futuro, vale più che tornare indietro per sicurezza.
Songs of the Past profuma di sicurezza. Di quella sicurezza che ti fa scegliere Geralt ancora una volta, un protagonista collaudato, un universo già costruito, una fanbase già conquistata. Il prossimo gioco principale della saga vedrà Ciri come protagonista, il che rende questa probabilmente l'ultima storia importante di Geralt prima che il franchise cambi volto.
Se fosse davvero così, cioè se Songs of the Past fosse pensato come una chiusura, allora avrebbe un senso narrativo preciso. Ma non è presentato come tale. È presentato come un'espansione, un contenuto aggiuntivo per un gioco del 2015, senza dettagli su trama o ambientazione, con una reveal programmata per l'estate 2026 alla Gamescom. Non è una chiusura. È un prodotto.
La domanda vera è questa: di cosa ha bisogno CD Projekt Red per riprendere il proprio posto tra i grandi? Non di un altro capitolo di The Witcher 3. Ha bisogno di dimostrare che The Witcher 4 è all'altezza delle aspettative, che il cambio di protagonista funziona, che lo studio sa costruire qualcosa di nuovo senza appoggiarsi al passato. Ha bisogno di far vedere il remake del primo capitolo in uno stato concreto, con materiale reale, con una finestra credibile. Ha bisogno, in sintesi, di coraggio industriale.
Il coraggio industriale non è fare un DLC di un gioco di dodici anni. È mettere tutte le risorse su ciò che viene dopo, accettare il rischio che comporta, e presentarsi al pubblico con qualcosa di nuovo da difendere. CD Projekt Red lo sa fare: lo ha dimostrato con The Witcher 3 stesso, che nel 2015 era una scommessa enorme su un mondo aperto di quella scala. Il problema è che da allora ha capito quanto sia più comodo restare dov'è sicuro.
Songs of the Past potrebbe essere un ottimo DLC. Fool's Theory ha le competenze, il materiale è ricco, e Geralt rimane un personaggio capace di reggere qualsiasi storia. Ma il fatto stesso che esista, in questo momento, con questa tempistica, racconta di uno studio che preferisce guardare indietro invece di costruire quello che verrà. E questo, per una software house che ha cambiato il panorama dei giochi di ruolo, è la cosa più deludente di tutte.