Il sito Phica.net, aperto dal 2005 e recentemente chiuso dopo una valanga di denunce social, e il gruppo Facebook "Mia moglie" erano due piattaforme online balzate agli onori della cronaca per essere diventate luoghi di condivisione di immagini di donne, spesso pubblicate senza il loro consenso e accompagnate da commenti sessisti e predatori. Nato apparentemente come uno spazio per condividere foto delle proprie partner, il gruppo "Mia moglie" si è trasformato in una moderna gogna dove le donne venivano esposte al giudizio e al desiderio di una comunità maschile. Phica.net, un portale attivo per circa vent'anni, permetteva la pubblicazione di contenuti, inclusi quelli a sfondo sessuale, dove le foto di molte donne, anche personaggi pubblici, venivano pubblicate senza alcuna autorizzazione. Contrariamente a quanto si possa pensare, non tutte le azioni compiute dagli utenti all'interno di questi spazi erano considerate illegali. La semplice iscrizione a una piattaforma o la visione di fotografie di soggetti maggiorenni, così come il loro download per uso strettamente personale, non costituivano di per sé un reato. Tuttavia, queste piattaforme sono diventate teatro di diverse attività che integrano vere e proprie fattispecie criminose, punibili dalla legge italiana.
Il reato più grave commesso dagli utenti è senza dubbio la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, una pratica tristemente nota come revenge porn. La condivisione con altre persone di immagini intime, destinate a rimanere private e diffuse senza il consenso della persona ritratta, rappresenta una violazione diretta e grave dell'articolo 612ter del codice penale. Allo stesso modo, la pubblicazione non autorizzata di dati personali di altre persone, come nomi, indirizzi o altre informazioni private, configurava un trattamento illecito di dati personali, un reato severamente previsto dal Codice della Privacy.
Oltre alla violazione della privacy, un'altra categoria di reati riguardava i commenti e le espressioni utilizzate all'interno del sito. Mentre un linguaggio volgare ma generico non era di per sé sanzionabile, i commenti assumevano rilevanza penale quando sfociavano nella diffamazione o nella minaccia. L'uso di epiteti denigratori e offensivi della reputazione altrui, infatti, integrava pienamente il reato di diffamazione, mentre le intimidazioni esplicite o velate ricadevano nel reato di minaccia. Persino i commenti rivolti a rappresentanti delle istituzioni potevano diventare illegali qualora avessero lo scopo di vilipendere il loro ruolo politico.
È importante sottolineare che anche azioni apparentemente meno gravi, come il semplice caricamento di immagini pubbliche scaricate da altri siti, erano considerate una condotta illegale, rappresentando anch'esse un trattamento illecito di dati personali.
In sintesi, sebbene la mera frequentazione di questi spazi non fosse un crimine, diverse condotte degli utenti hanno costituito reati gravi e perseguibili. Dalla condivisione di materiale intimo senza consenso, configurabile come revenge porn, alla diffamazione e al trattamento illecito di dati personali, gli utenti hanno commesso atti penalmente rilevanti. Per la maggior parte di questi reati, la procedibilità era quasi sempre legata alla querela della persona offesa, ovvero alla decisione della vittima, una volta riconosciutasi o venuta a conoscenza dei fatti, di denunciare l’accaduto alle autorità competenti.