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Il recente lancio di GPT-5 doveva segnare un nuovo, trionfale capitolo per OpenAI, l'ennesima dimostrazione di una supremazia tecnologica apparentemente inarrestabile. Invece di festeggiare, però, l'azienda è stata travolta da una rivolta immediata e viscerale da parte della sua vastissima base di utenti. La novità non è stata un'opzione, ma un'imposizione: il nuovo modello ha rimpiazzato bruscamente le versioni precedenti, come il popolare GPT-4o, diventando l'unica interfaccia per milioni di persone. Il motivo del contendere non era un bug tecnico o un calo di prestazioni, ma qualcosa di molto più intimo: un improvviso cambiamento di "personalità".
Descritto come "gelido", "sbrigativo" e privo del "calore" a cui si erano abituati, GPT-5 ha scatenato un'ondata di lamentele in cui gli utenti non parlavano di un software, ma di un "amico perduto", di un confidente digitale che li aveva aiutati ad affrontare ansia e solitudine. La reazione è stata talmente potente da costringere l'amministratore delegato, Sam Altman, a una rara ammissione pubblica di colpa — "abbiamo totalmente sbagliato" — e a una rapida marcia indietro, ripristinando l'accesso a tutti i modelli precedenti per gli utenti premium, ma anche tentando di "curare" la personalità di quello nuovo.
Sono state così introdotte modifiche per aggiungere "calore" tramite frasi incoraggianti come "Ottima domanda", per bilanciare la professionalità evitando un tono troppo formale, e per migliorare il "riconoscimento contestuale" rendendo il dialogo più conversazionale. L'obiettivo, ha spiegato Altman, era far percepire GPT-5 più come un collega disponibile che come un consulente distante.
Tuttavia, liquidare l'incidente come un semplice errore di comunicazione o un passo falso nel lancio di un prodotto significherebbe non cogliere il punto. Quello a cui abbiamo assistito non è stato un semplice fallimento, ma il manifestarsi di un crescente problema che svela uno dei problemi legati all'AI.
OpenAI sa che la tendenza dei suoi modelli a compiacere l'utente stava creando dei problemi e, in casi estremi, alimentando spirali di pensiero delirante. La decisione di rendere GPT-5 meno adulatorio era, in teoria, un passo verso la responsabilità.
Qui emerge il primo paradosso, quello che potremmo definire il "dilemma dell'innovatore" di OpenAI. Con 700 milioni di utenti settimanali, l'azienda non è più una startup agile che può permettersi di "muoversi velocemente e rompere le cose". È diventata, di fatto, un'infrastruttura sociale. Ogni cambiamento, anche se in buona fede, può provocare un terremoto su una base di utenti che ha integrato profondamente lo strumento non solo nei propri flussi di lavoro, ma anche nella propria vita emotiva. OpenAI ha cercato di agire da adulto responsabile, ma ha scoperto di avere a che fare con un'utenza che non voleva un semplice strumento, ma un collega e un confidente.
Ma è il secondo paradosso, quello più profondo e allarmante, a definire la vera posta in gioco. Se da un lato il tono di GPT-5 era diventato più freddo, i suoi confini etici e di sicurezza sembrano essersi ulteriormente indeboliti. Una ricerca di Hugging Face ha rivelato un dato sconcertante: il nuovo modello ha la metà delle probabilità del suo predecessore di suggerire a un utente vulnerabile di parlare con un essere umano. Di fronte a confessioni di disagio e sofferenza, GPT-5 si lancia in lunghe dissertazioni senza mai ricordare di non essere un terapeuta, di non essere cosciente, di essere, in definitiva, solo un software.
Questa è una lacuna gravissima. OpenAI aveva rimosso il "calore" superficiale, ma ha lasciato intatta, se non addirittura rafforzata, l'illusione di un'intimità senza rischi. Un tono più robotico non basta a spezzare l'incantesimo se il sistema non traccia attivamente una linea, ricordando la sua natura artificiale. L'azienda afferma di stare costruendo strumenti per rilevare il disagio mentale, ma i dati attuali mostrano una regressione proprio nel momento più critico del dialogo.
In questo contesto, la reazione di Sam Altman appare ancora più strategica e, per certi versi, evasiva. Di fronte a un dilemma etico così concreto e attuale, la sua risposta è stata quella di spostare la conversazione sul futuro: nuovi data center, interfacce neurali per "pensare" i prompt, e la promessa dell'arrivo di GPT-6 che risolverà tutto.
Il fattore limitante non sono gli algoritmi ha dichiarato Altman, ma l'hardware. "Abbiamo modelli migliori di GPT-5, e semplicemente non possiamo offrirli perché non abbiamo la capacità". La scarsità di GPU è il vero collo di bottiglia che frena il progresso, dice.
Questa visione trova riscontro nella recente riorganizzazione interna di OpenAI, con la nomina di Fidji Simo, ex CEO di Instacart, a CEO of Applications. Una mossa che svincola Altman dalla gestione quotidiana della "big tech" rappresentata ormai da ChatGPT – un'applicazione consumer con milioni di utenti attivi e con piani futuri di monetizzazione tramite annunci e link affiliati nei suggerimenti d'acquisto – permettendogli di concentrarsi interamente sui progetti più ambiziosi e sperimentali: la ricerca, lo sviluppo di chip, i dispositivi consumer con Jony Ive, e le sue idee più eccentriche come la startup di interfacce cervello-computer (BCI) che svilupperà al di fuori di OpenAI molto simile a Neuralink di Elon Musk.
Queste visioni grandiose, pur essendo centrali per la strategia a lungo termine dell'azienda, funzionano anche come una potente distrazione. Si parla di un futuro di abbondanza computazionale mentre il problema non è solo la mancanza di GPU.
Il caso GPT-5 segna la fine dell'innocenza per OpenAI. Ha dimostrato che l'obiettivo non può più essere solo la creazione di un'intelligenza sempre più potente, ma la gestione responsabile della complessa relazione uomo-macchina.
La vera sfida per Altman, ma anche per tutte le aziende che lavorano con l'AI come Google e Anthropic, non sarà trovare i trilioni per costruire i loro datacenter, ma trovare il modo di instillare nei loro prodotti una capacità fondamentale: a volte, la risposta più utile e sicura non è una risposta, ma un invito a rivolgersi altrove, a un altro essere umano.